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L'Italia è una ruota quadrata

Scritto da Massimo Cingolani.

Massimo CingolaniArticolo di Massimo Cingolani pubblicato da Arcipelago Milano.

Il 4 dicembre è stato presentato il 54°rapporto del Censis sulla società italiana. Sono 36 pagine che consiglio di leggere sul sito dell’Istituto. Ne emerge un quadro preoccupante tanto che il nostro Paese viene così descritto: “Il sistema-Italia è una ruota quadrata che non gira: avanza a fatica, suddividendo ogni rotazione in quattro unità, con un disumano sforzo per ogni quarto di giro compiuto, tra pesanti tonfi e tentennamenti. Mai lo si era visto così bene come durante quest’anno eccezionale, sotto i colpi sferzanti dell’epidemia”.
Affiorano antichi atteggiamenti del nostro paese, sintetizzati nel titolo del primo capitolo della relazione:” Meglio sudditi che morti: le vite a sovranità limitata degli italiani e le scorie dell’epidemia”.
L’Italia del 2020 è “spaventata, dolente, indecisa tra risentimento e speranza. Il 73,4% degli intervistati indica nella paura dell’ignoto, e nell’ansia che ne deriva, il sentimento prevalente in famiglia; il 77% dice di aver modificato in modo permanente almeno una dimensione fondamentale della propria vita, tra lo stato di salute, il lavoro, le relazioni, il tempo libero. Ma anche passato quest’anno funesto, le scorie della pandemia, che comunque non è ancora superata, resteranno ancora a lungo nelle coscienze collettive: lo stesso concetto di libertà è messo in crisi dal virus e dalle azioni messe in campo per contenerlo.
Il 57,8% è disposto a “rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva”, mentre addirittura il 38,5% è pronto a “rinunciare ai propri diritti civili per un maggiore benessere economico, introducendo limiti al diritto di sciopero, alla libertà di opinione, di organizzarsi, di iscriversi a sindacati e associazioni”.
In questa polverizzazione della società, scivolata rapidamente nell’individualismo, si allarga la frattura tra “garantiti e non garantititi”, cioè tra chi gode di protezioni sul lavoro e di redditi certi e chi all’improvviso è piombato nell’indeterminatezza. Dai “garantiti assoluti”, quelli con datore di lavoro lo Stato, 3,2 milioni di dipendenti pubblici, ai pensionati, la cui preoccupazione principale è fornire un aiuto economico a figli e nipoti in difficoltà, un “silver welfare” informale, di fatto reso possibile anche dalla certezza dei redditi pensionistici”.
Poi si entra nelle cosiddette “sabbie mobili”: il settore privato, in cui il 53,7% degli occupati nelle piccole imprese vive con insicurezza il posto di lavoro.
Chi paga il prezzo più alto sono le nuove generazioni disincentivate a rischiare e a giocarsi il proprio futuro nel mercato. Il 40% dei giovani è passato ad una classe occupazionale inferiore rispetto ai genitori, in particolare dentro i ranghi del terziario non qualificato.
Nel rapporto della Fondazione ci sono 2 capitoli che meriterebbero un approfondimento da parte della politica, uno sulla Sanità: infatti si parla della straordinaria opportunità di rilancio del sistema grazie all’inedita disponibilità di risorse, ma che per il momento manca uno sforzo organizzativo tempestivo.
L’altro paragrafo interessante è quello sull’”erosione di due pilastri dell’architrave sociale: libere professioni e rappresentanza”.
Dai dati emerge che il 60% dei titolari di partita IVA, dagli artigiani ai veterinari fino agli psicologi, è in difficoltà, anche se per alcuni esponenti del centro sinistra “le partite iva non stanno peggio degli altri”.
Le rappresentanze sono in difficoltà, infatti il rischio di delegittimazione sta nella grossa quota di lavoratori, più di sei milioni in attesa di rinnovo contrattuale.
L’analisi entra nel merito dell’emergenza del sistema scolastico, ma questo lo sapevamo già. Un altro aspetto delle difficoltà è la crisi del mercato immobiliare in particolare per uffici e negozi nei centri storici ed una situazione di questo tipo evoca scenari pericolosi già passati.
Ma c’è anche chi sta peggio: “l’universo degli scomparsi”, non facile da stimare con esattezza ma che dovrebbe contare circa cinque milioni di persone: coloro che svolgono lavoretti, lavori casuali, lavoro in nero, colore che “hanno finito per inabissarsi senza rumore”.
Chi può risparmia. È così che al giugno scorso nel patrimonio finanziario degli italiani, che ha raggiunto un valore complessivo di quasi 4.400 miliardi di euro, la voce contante e depositi bancari ha acquistato un ulteriore peso, passando da una quota del 32,9% nel giugno 2019 al 34,5% nel giugno 2020. Fatta eccezione per le riserve assicurative (passate dal 25,1% al 26,1%), tutte le altre voci arretrano: le obbligazioni, azioni e altre partecipazioni, quote di fondi comuni. Tutte risorse che non entrano nel ciclo produttivo, che non creano ricchezza e destinate a erodersi.
La ricchezza privata degli italiani, da sola, rappresenta la sesta economia d’Europa. Un Europa nella quale crede solo il 28% degli italiani.
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