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Storie di immigrazione

Scritto da Stefano Pasta.

Stefano PastaArticolo di Stefano Pasta per il Corriere della Sera
Al Congresso Internazionale dei Matematici in corso a Seoul, l’iraniana Maryam Mirzakhani dell’Università di Stanford in California ha vinto la Medaglia Fields, il premio equivalente al Nobel per la matematica (che non viene assegnato) reso famoso dal film Genio Ribelle, con cui Robin Williams – coincidenze nelle notizie di questi giorni – vinse l’Oscar. Maryam, studiosa della geometria iperbolica e simplettica e della teoria ergodica (è lecito non afferrare il concetto…), ha vinto insieme a tre colleghi maschi: Manjul Bhargava dell’Università di Princeton (New Jersey), canadese di origine indiana cresciuto a Long Island, Artur Avila, che a 35 anni è direttore di ricerche al Cnrs di Parigi e ha doppia cittadinanza franco-brasiliana, e l’austriaco Martin Hairer, emigrato in Svizzera prima di diventare Regius Professor al servizio di Sua Maestà d’Inghilterra all’Università di Warwick. Tutti i principali quotidiani internazionali hanno sottolineato la novità: da quando è stato istituito il premio, nel 1950, non aveva mai vinto una donna.
Con uno sguardo italiano, potremmo anche notare che i quattro matematici, tutti al di sotto dei 40 anni come prevedono le regole del premio, hanno posizioni di massimo livello universitario “nonostante” l’età: in Italia, nel 2012 gli ordinari hanno in media 59,4 anni e ottengono il posto a 51,2. A Stanford, Maryam Mirzakhani lo era già a 33. Sempre da una prospettiva italiana, potrebbe poi stupire l’internazionalità delle biografie dei vincitori. Negli Usa, Gran Bretagna e Francia, non fa invece notizia che siano docenti di massimo livello cittadini che qualcuno potrebbe definire “immigrati”, “extracomunitari”, “seconde generazioni”. Tuttavia, tornando indietro nel tempo, noi batteremmo tutti: in quella che è considerata l’università europea più antica (1088), lo Studium di Bologna: a metà del Duecento due terzi degli studenti erano stranieri, del restante terzo molti erano di altre regioni d’Italia, all’epoca considerati comunque forenses, e nacquero 13 Nationes, cioè associazioni che univano allievi in base all’origine. Storicamente infatti l’università è sempre stata un luogo di incontro “internazionale”. E oggi, qual è la situazione degli atenei italiani?
Secondo il Ministero dell’Istruzione, nell’anno accademico 2011/12 gli studenti stranieri iscritti sono 66mila (57,1% femmine), di cui 52mila extracomunitari. Sono soprattutto albanesi, cinesi, romeni, camerunensi, iraniani; oltre la metà si immatricola in Economia, Ingegneria e Medicina. In termini assoluti, l’Università di Bologna, fedele alla tradizione, mantiene il primato (4.065 iscritti), seguita dalla Sapienza di Roma e dai Politecnici di Torino e Milano. Gli stranieri tra gli universitari sono quindi il 3%; in realtà, i 66mila diventano 110mila (stimati) sommando i corsi post-laurea, l’alta formazione artistica, musicale e coreutica, e soprattutto chi è iscritto agli atenei stranieri presenti in Italia, principalmente college statunitensi (circa 200; 20mila studenti nordamericani all’anno, di solito per brevi periodi) e pontifici atenei (circa 20; 10mila stranieri, cioè il 50% del totale degli allievi, soprattutto suore, preti e seminaristi). Considerando tutti, secondo l’European Migration Network, la percentuale di stranieri “sale” al 3,8%. E in confronto all’Europa? La media Ue è dell’8,6%, con il picco del 21,6% in Gran Bretagna. Varie ricerche notano la scarsa capacità di attrazione degli atenei italiani; nel ranking dei 400 più attrattivi, Times Higher Education colloca il primo italiano, quello di Trento, addirittura al 221esimo posto. E pensare che “economicamente” sarebbe invece conveniente: il rettore di Genova Comanducci stima in 14mila euro a studente l’indotto creato nell’economia locale. Spesso la bassa capacità di attrazione è dovuta alle trame burocratiche; nel settembre 2013, con il Dl “Destinazione Italia” il Governo ha semplificato l’ottenimento del permesso di soggiorno per studio e ne ha allungato la validità.
Ma chi sono veramente gli universitari “stranieri” in Italia? Secondo la banca dati dell’Istat e del Ministero dell’Istruzione, nell’anno accademico 2012-13 gli immatricolati non italiani sono stati il 5,4% (11.796 sul totale di 216.479). Di questi, il 56,7% – cioè il 3,1% del totale – aveva ottenuto il diploma di scuola secondaria in Italia. Vuol dire che i “nuovi italiani”, cioè i figli degli immigrati, hanno superato gli studenti arrivati dall’estero apposta per studiare nei nostri atenei. Su chi puntare? Sicuramente va tenuto presente che il 59,3% di quest’ultimi dichiara che non intende rimanere in Italia al termine degli studi, mentre la stragrande maggioranza dei “nuovi italiani” pensa il suo futuro “a casa propria”, cioè in Italia. Eppure, gli immatricolati figli di immigrati sono solo il 3,1%, mentre nell’intero sistema scolastico arrivano all’8,8% (il 47,2% di questi “stranieri in base alla legge” sono però nati in Italia). Perché? Da tempo è noto che, anche quando i voti a scuola sono ottimi, gli stranieri scelgono la formazione tecnica e professionale (80%), soprattutto per ragioni economiche, che spesso poi preclude l’università. Alcuni commentatori parlano addirittura di “sistema scolastico classista”: ancora oggi, tra gli universitari stranieri il 63,2% ha almeno un genitore laureato.
In ogni caso, gli studenti nati in Italia, stranieri secondo la legge, stanno diventando sempre più bravi. Dietro i banchi di scuola, le loro performance si avvicinano a quelle degli italiani. In alcune regioni del Sud, le differenze tra gli italiani e gli studenti di seconda generazione tendono addirittura ad invertirsi: in Campania, fin dalla scuola primaria hanno un rendimento migliore dei loro compagni di classe figli di italiani. D’ora in poi, chi studia matematica potrà puntare in alto con il mito di Maryam Mirzakhani.

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