La Natura va ascoltata
Estratto dal libro di Re Carlo III di Inghilterra e pubblicato da Repubblica.
Sono nato nel 1948, nel bel mezzo del XX secolo, che era spuntato nella scintillante Era della Macchina, il vero e proprio motore di un cambiamento colossale nel mondo occidentale.
Negli anni venti, il desiderio irrefrenabile in ogni nazione potente puntava verso il nuovo e il moderno, reazione forse naturale quando le persone stentavano a risollevarsi dalle rovine di un mondo andato in pezzi con la Grande guerra. La stessa cosa è successa sulla scia degli inimmaginabili orrori della Seconda guerra mondiale, e, ancora una volta, le nazioni industrializzate hanno dovuto trovare una direzione, e in tempi rapidi. Il senso di una partenza da zero era così forte che, a metà degli anni cinquanta, una frenesia di cambiamento ha invaso il mondo in un’onda di modernismo postbellico, e questo ha creato una nuova era di sperimentazione radicale in ogni ambito importante dell’attività umana. Negli anni sessanta, i Paesi industrializzati erano sulla buona strada per creare quella che molti immaginavano sarebbe stata una illimitata “era della convenienza”. Per quelli che si trovavano a cavalcare l’onda colossale, la vita è diventata più comoda, meno dolorosa e più lunga.
Ricordo fin troppo bene il periodo degli anni sessanta, e anche da adolescente mi sentivo disturbato nel profondo da quello che sembrava essere diventato un approccio pericolosamente miope. Non potevo evitare di pensare che, in qualsiasi campo stessero avvenendo i cambiamenti, con le tecniche industrializzate che sostituivano le pratiche tradizionali, qualcosa di molto prezioso stesse andando perduto. In molti casi non era tanto perduto, quanto distrutto di proposito. Ricordo anche quanto andasse di moda gridare allegramente «Dio è morto», forse la frase simbolo della suddetta miopia. Senza dubbio forniva un indizio precoce di quello che era successo alla nostra visione collettiva del mondo naturale.
Il dogma dell’epoca era così inscalfibile che quando negli anni settanta cominciai a esprimere in pubblico queste preoccupazioni, mi trovai ad affrontare una valanga di critiche, quasi tutte fondate su un equivoco molto grossolano: molti immaginavano che volessi in qualche modo riportare indietro le lancette a qualche mitica Età dell’oro in cui tutto era un perfetto idillio rurale, ma nulla avrebbe potuto essere più lontano dal vero.
Il mio timore fin dall’inizio era che la cultura occidentale si stesse allontanando velocemente dai valori e da una prospettiva che, fino ad allora, erano stati integrati nelle sue radici tradizionali. L’industrializzazione della vita stava diventando totalizzante e la Natura era ormai “secolarizzata”. Vedevo con grande chiarezza che stavamo diventando insensibili alla presenza sacrale che tutte le società tradizionali sentivano ancora nel profondo. In Occidente c’era l’impressione che il sacro fosse uno dei valori che aveva superato la prova del tempo e aiutato innumerevoli generazioni a comprendere il significato dei processi della Natura e a vivere in base alla sua economia ciclica. Ma, come i bambini che seguirono il pifferaio magico, sembrava che le nostre macchine ammaliatrici – per non parlare dei quattro secoli in cui era aumentata la nostra dipendenza da una forma assai ristretta di razionalismo scientifico – ci avessero portato a imboccare una strada nuova, e pericolosamente sconosciuta, trascinandoci in una danza così vorticosa che non ci eravamo accorti di quanto lontano fossimo stati condotti dalla nostra vera casa. Il risultato è stato che la nostra cultura ha iniziato a prestare sempre meno attenzione a quello che si era sempre saputo sul funzionamento della Natura e sui limiti della sua benevolenza, e su come, di conseguenza, il sottile equilibrio in molte aree dell’attività umana stesse venendo distrutto. All’epoca riuscivo a rendermi conto che, senza queste “ancore tradizionali”, la nostra civiltà si sarebbe trovata in una posizione sempre più difficile ed esposta. E purtroppo, è successo esattamente questo. Per questo, da quei giorni inquietanti, ho investito enormi energie nel tentativo di salvare quel che resta di questi approcci tradizionali. Sapevo che sarebbero stati necessari nei “tempi bui”, che temo si stiano ormai avvicinando. All’epoca, tuttavia, capivo che la cosa più importante era dimostrare il loro valore. Non serviva a niente dibattere sul piano teorico o cercare di persuadere la gente che tante di queste maniere tradizionali erano radicate in una visione filosofica antica e radicata. Questo sarebbe dovuto arrivare dopo, quando il mondo fosse diventato più recettivo a quello che aveva così rapidamente consegnato alle tenebre. No, il punto era enfatizzare i principi dell’armonia che avevamo perso di vista. Volevo farlo in chiave contemporanea: trovare più modi possibile per reintegrare la saggezza tradizionale con il meglio di ciò che sappiamo fare oggi, così da dimostrare come si potrebbe rendere quest’epoca adatta a un futuro sostenibile. È forse inevitabile, se si sfidano i bastioni del pensiero convenzionale, trovarsi accusati di ingenuità. Tanto più se si sfida l’attuale visione del mondo in tutte le aree cruciali dell’attività umana: agricoltura e architettura, istruzione, sanità, scienza, commercio ed economia. In quei primi anni venivo descritto come antiquato, fuori dal mondo e antiscientifico, un sognatore in un mondo moderno che si sentiva troppo sofisticato per idee e tecniche “obsolete”, ma io mi rendevo conto che la posta in gioco era già troppo alta in tutti quegli ambiti di attività.
Già alla fine dei favolosi anni sessanta il danno cominciava a mostrarsi, e io ritenevo un mio dovere sensibilizzare sulle conseguenze di ignorare la tendenza intrinseca della Natura all’armonia e all’equilibrio prima che fosse troppo tardi. Ciò che mi spronava a continuare era un fatto essenziale della vita, una legge innegabile: se ignoriamo la Natura, tutto comincia a disfarsi. Per questo, fin dall’inizio, continuavo a insistere su quanto era fondamentale trovare modi di rimettere la Natura nel posto che le spettava, e cioè al centro di tutto, sia nella nostra immaginazione sia nel modo in cui facciamo le cose. Dunque quali sono questi “principi” eterni? Le mode possono cambiare, le ideologie vanno e vengono, ma quel che resta certo è che la Natura funziona come ha sempre fatto, secondo principi che sono familiari a noi tutti.
Le sostanze nutritive nel terreno si riciclano, la pioggia è generata dalle foreste, e la vita è sostenuta dai cicli annuali di morte e rinascita. Ogni animale morto diventa cibo per altri organismi. Rami e foglie marci e in decomposizione arricchiscono i terreni e permettono alle piante di crescere, mentre gli scarti animali vengono lavorati da microbi e funghi che li trasformano in sostanze nutritive ancora più vitali. Così la Natura è efficientissima a sostituire e rifornire sé stessa, senza peraltro generare grossi mucchi di rifiuti. Questo magico processo avviene per cicli. Tutti sappiamo che le stagioni si susseguono, ma ci sono molti altri cicli all’interno di questi principali, e molti di essi sono interrelati in modo che i cicli vitali di tanti animali e piante si incastrino a vicenda per tenere in movimento i cicli più grandi.
