Guerriglia a Milano
Articolo di Abdullah Badinjki.
Da due giorni provo a scrivere di quello che è accaduto a Milano durante questo weekend. Guardo i video delle violenze, dei saccheggi e delle vetrine distrutte, leggo i commenti e mi fermo. Ci penso ancora. Mi sento a disagio perché non riesco a trovare un modo per parlarne senza ridurre a slogan una vicenda così complessa.
Dalla destra mi aspettavo di tutto. E infatti non si sono smentiti nella loro inadeguatezza e strumentalità. Ma continuo a leggere anche persone della mia area politica che dicono o scrivono «non bisogna giustificare», «senza se e senza ma», «io non sto con i violenti». Beati voi che siete così sicuri. Caspita, nemmeno io sto con i violenti! C’è bisogno di dirlo? Chi devasta una città deve essere fermato e punito, deve rispondere del danno e contribuire a ripararlo. Condannare, reprimere, punire, lettera, testamento, timbro e firma. Quello che volete, siamo tutti d’accordo. E poi? Finisce così, a posto? Vogliamo provare a capire cosa succede e perché? Vogliamo fare politica o limitarci a rincorrere la destra, ripetendo una condanna (per me) sottintesa che ogni persona di buon senso condivide? Chiedere di capire le ragioni di un fenomeno così forte non significa giustificare o accettare le violenze. Si chiama Politica.
Nelle immagini di questi giorni si vedono ragazzini giovanissimi, dodici, tredici, quattordici anni. Per quello che si vede, molti appartengono alle nuove generazioni italiane con background migratorio. La violenza è confusa, esibita, filmata. Sembra di giocare a Fortnite, è come sulla PlayStation. Mette i brividi. Io non ho la soluzione, diffidate di chi vi propina soluzioni facili. Ma per trovare una soluzione bisogna prima capire.
E allora, visto che l’ho vissuto sulla mia pelle, qualcosa penso di saperlo. Provo a spiegarvela così, vediamo se riesco.
Quando sei figlio di immigrati, ti trovi a crescere tra due mondi che spesso faticano a capirsi. Da una parte ci sono la famiglia, le sue regole, la sua storia, la sua cultura e il desiderio di proteggerti. Dall’altra ci sono la scuola, gli amici e una società in cui ti riconosci e cerchi il tuo posto. Faticano anche gli adulti a trovare le parole e gli strumenti per capirsi e confrontarsi, figuriamoci un ragazzo o una ragazza, già alle prese con l’adolescenza. Quando quei mondi si incontrano e a volte entrano in conflitto, puoi ritrovarti in mezzo a una tempesta senza capire bene cosa ti stia succedendo. Se nessuno ti aiuta a leggere quella distanza e a tradurre quelle situazioni, ti ritrovi ad affrontarle da solo, magari mentre fai i conti anche con intolleranza, bullismo e razzismo. Sono malattie infime, striscianti, contagiose.
È una difficoltà che ho conosciuto anch’io. Quando ero in prima media, ad un certo punto al tg hanno iniziato a parlare di un certo “Öcalan”. Non sapevo nemmeno chi fosse, ma ho scoperto presto che si chiama anche lui Abdullah. All’intervallo trovavo una fila di ragazzi che saltavano abbracciati e mi cantavano in coro «Öcalan, Öcalan, Öcalan!». Finché il gioco non finiva, mi rifugiavo in classe per evitare l’umilizione.
Sempre alle medie, una mattina ho trovato sul muro del bagno una scritta rivolta a me e a mio fratello. «Abdullah e Muhamed, musulmani di merda». Dal muro, il giorno dopo, la scritta è sparita.
Dopo l’11 settembre, a quattordici anni, portare il nome Abdullah, essere musulmano e figlio di immigrati siriani non è stato esattamente piacevole. Non capivo, non accettavo quella ingiustizia.
Potrei passare la serata a raccontare storie.
Sono stato fortunato. Ho incontrato professori capaci di guidarmi nella nebbia, ho avuto una mamma e un papà attenti e, forse, sono stato anche un po’ più maturo dei miei coetanei. Col tempo sono riuscito a uscire dal mio conflitto interiore. Ho ricominciato a parlare in arabo senza più nasconderlo, ho ricominciato ad andare in Siria, dopo aver odiato tutte le estati trascorse nel paese d’origine dei miei genitori e ho trasformato quell’odio in un amore infinito. Poteva andare peggio. Quanti ragazzi attraversano lo stesso conflitto senza trovare qualcuno che li aiuti a comprenderlo?
In alcune famiglie con una storia di migrazione, i genitori non hanno avuto occasioni di studio, parlano poco italiano e faticano a orientarsi tra società, scuola, servizi e istituzioni. Spesso lavorano entrambi e cercano di proteggere i figli con gli strumenti che hanno. I ragazzi crescono nella scuola, nella società, tra coetanei, aspirazioni e delusioni che in casa possono essere difficili da comprendere. Le differenze sulle regole, sull’autonomia e sul futuro attraversano la vita familiare proprio durante l’adolescenza. In alcune famiglie c’è la tradizione, una sovrastruttura che incide anche sulla religione. È una centrifuga.
Anche a scuola questa distanza può pesare. Un genitore può faticare a seguire una riunione o ad aiutare il figlio nei compiti. Un ragazzo può parlare italiano con gli amici e avere comunque difficoltà a capire i libri, raccontare un disagio o immaginare di proseguire gli studi. Se i problemi si accumulano, arrivano i risultati insufficienti, la perdita di fiducia e l’allontanamento dalla scuola, dal processo di costruzione della cultura. Alla povertà economica, spesso culturale, della famiglia si aggiungono discriminazione e isolamento. Anche il desiderio di proteggere, quando diventa controllo, può restringere gli spazi di autonomia.
Questi sono i casi migliori, quelli in cui almeno esiste una rete familiare. Per un minore non accompagnato il percorso può essere ancora più duro. Spesso mancano una famiglia e adulti di riferimento. Restano il proprio istinto e la capacità di sopravvivere.
È qui che entra in gioco la responsabilità della politica, prima che il disagio diventi insuccesso, solitudine, rabbia. Servono psicologi nelle scuole, attività pomeridiane accessibili, doposcuola, proposte culturali e sportive seguite da persone preparate. Servono corsi di italiano e occasioni concrete di incontro per aiutare i genitori a dialogare con gli insegnanti e a seguire il percorso dei figli. Istituzioni, scuole, servizi, associazioni e cooperative devono poter lavorare insieme, con risorse stabili e una regia nazionale.
La destra invoca punizioni esemplari e il ministro Salvini chiede nuove restrizioni per i minori. È come se ci fosse una fuga di gas e arriva il genio di turno a cercare con l’accendino. È vero, siamo abituati allo sciacallaggio di Salvini, ma questo non è il momento di quelli come Salvini. Certo, è difficile tenere insieme sicurezza, responsabilità e prevenzione. Chi ha devastato Milano deve rispondere di ciò che ha fatto e contribuire a riparare i danni con attività utili alla collettività. Alle istituzioni spetta occuparsi delle condizioni in cui crescono i ragazzi, affrontare i problemi della società e fare in modo che ci siano delle risposte. Condannare la violenza è doveroso. Capirne le ragioni, discuterne e trovare soluzioni è il lavoro che la politica deve fare il minuto dopo.
