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Milano metropoli dinamica e solidale

Written by Antonio Calabrò.

Antonio Calabrò
Articolo pubblicato su Huffington Post.

Milano, nel raggio di cento chilometri: Brescia e Bergamo con l’industria che vale un terzo del Pil, Monza, la Brianza e Lodi dense di manifattura competitiva e poi Como, Varese e Lecco, Pavia e Piacenza, Novara e, poco più in là, Ivrea e Torino.
Un concentrato di territori industriali innervati da imprese innovative e servizi hi tech, centri di ricerca, università di alto livello, iniziative culturali di respiro internazionale. Spingendosi oltre la linea del Po, e superando appena quel raggio, ecco Parma, Modena e Bologna, la “via Emilia” della “multinazionali tascabili” che macina record manifatturieri perfino maggiori di quelli lombardi.
Verso nord, il passaggio del Brennero che porta in Austria e Germania. A oriente, ecco le ex piccole imprese diventate medie e competitive, da Verona a Padova e Treviso, per continuare tra Pordenone e il Friuli in direzione della Mitteleuropa. Milano, baricentro di un’Italia molto europea e contemporaneamente mediterranea, una delle zone più dinamiche e produttive della Ue.
Nel 2025, secondo una ricerca McKinsey, in 600 città globali il 66% della popolazione del mondo produrrà due terzi del Pil mondiale. E se la competizione internazionale già adesso non è più tra nazioni, ma tra grandi aree metropolitane ricche di connessioni, tra “sistemi territoriali integrati”, la “grande Milano”, con la rete di relazioni e di flussi di persone, idee e affari “nel raggio di cento chilometri”, ha tutte le caratteristiche per giocare un ruolo di primo piano. Anche in termini di smart city, di economia circolare e civile, di quel green new deal caro anche alla Commissione Ue.
Se ne è discusso a lungo, durante lo scorso fine settimana, a Bergamo, per il Festival Città impresa, organizzato al Kilometro Rosso (luogo straordinario di sintesi tra ricerca e industria) da ItalyPost con il sostegno di Assolombarda, Confindustria Bergamo e Associazione industriale bresciana e con la partecipazione di imprenditori, economisti, personalità della politica e della cultura.
E la sintesi può essere questa: il territorio di cui stiamo parlando è cresciuto, anche nei lunghi anni di crisi, molto più della media nazionale, con ritmi europei. Le imprese hanno fatto parecchio, investendo e innovando, ma è sempre più urgente che governo e forze politiche facciamo la loro parte, con scelte responsabili e lungimiranti per investimenti pubblici in ricerca, formazione, infrastrutture e con misure fiscali che stimolino le imprese a crescere a attraggano investimenti internazionali. Tutto il contrario di quello che, nelle stanze di governo (e con minime eccezioni: le misure dell’ex ministro Calenda per Industria 4.0) è successo finora.
Milano non ama vantarsi dei suoi primati. Ma si considera come un motore al servizio dello sviluppo europeo dell’Italia. Non pensa affatto di essere una “città-Stato” secondo il paradigma caro al politologo Parag Khanna. Né vuole rischiare di venire percepita come antipatica, arrogante, afflitta da un complesso auto-referenziale da Narciso. Tutt’altro.
Ricorda semmai l’editto del vescovo Ariberto che nel 1018 proclamava: “Chi sa lavorare venga a Milano. E chi viene a Milano è un uomo libero”. E si qualifica ancora una volta come metropoli attrattiva, aperta, curiosa, intraprendente, ben disposta verso le novità economiche e la solidarietà. “La città che sale”, per ricordare la brillante definizione di Umberto Boccioni all’inizio del Novecento, tornata d’attualità nell’attuale stagione dei fascinosi grattacieli di Porta Nuova e City Life, in dialogo con quei capolavori d’architettura che sono, vitali dai primi anni Sessanta a oggi, il “Pirellone” e la Torre Velasca.
Ma anche la città che s’allarga e si espande, dialogante e inclusiva. Una “piattaforma” utile perché tutta l’Italia, a partire dal Sud, entri nel mondo globale, un fattore “di traino solidale”, per usare le parole di Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda.
Ci sono, verso Milano, invidie, polemiche superficiali (Milano che drena risorse da tutta Italia e non restituisce nulla), contrapposizioni prive di riscontri in dati e progetti reali. Sono testimonianze di un clima sociale che nulla ha di buono e a cui vale la pena continuare a rispondere come Milano e la Lombardia fanno da tempo: insistendo sulla crescita del motore del Paese e definendo iniziative fondate sui legami essenziali tra Nord e Sud. Milano città aperta, raccordo tra l’Europa continentale e il Mediterraneo, con l’impresa innovativa come forza motrice.
I paradigmi positivi non mancano: gli investimenti nell’avionica d’avanguardia di General Electric a Cameri (Novara), Milano e nel Sud, a Brindisi e a Pomigliano, stabilimenti considerati un’eccellenza internazionale dalla stella holding Usa; i programmi di Microsoft e Apple a Napoli; la fitta rete di relazioni d’affari tra la Puglia, la Basilicata e la Lombardia per la meccatronica e i servizi digitali. A Milano, città densa di energie meridionali, è chiaro che lo sviluppo del Paese deve saper tenere conto degli equilibri e delle esigenze del Sud.
E nel Sud non bisogna cedere a pensieri provinciali, nostalgie neo-borboniche o populismi d’accatto. Milano-Italia, appunto, come suggeriva il nome di una delle migliori trasmissioni Rai degli anni Novanta (quando la Rai, ben governata, aveva molto più chiara di adesso la sua responsabilità di servizio pubblico).
Vediamo alcuni numeri, allora, ricavati dall’Osservatorio Milano promosso dal Comune e da Assolombarda, arrivato alla sua terza edizione e presentato giovedì scorso a Palazzo Marino, in un confronto aperto a tutta la città: 244 indicatori, con dati elaborati da autorevoli istituti coordinati dal Centro Studi di Assolombarda, per parlare di imprese e lavoro, risparmio, sanità, scuola, sicurezza, condizioni sociali, cultura, istruzione, etc.
Un ritratto attendibile della città, costruito su numeri raccolti con competenza e ben analizzati, un’esperienza preziosa proprio in tempi di chiacchiere a vanvera, opinioni prive di riscontri da parte di personalità con ruoli di governo, conoscenza disprezzata, valori scientifici esposti al dileggio di demagoghi ignoranti (lavorare sui dati è un esercizio essenziale per difendere i valori della democrazia).
Cosa dicono quei dati? A Milano la crescita del Pil tra il 2014 e il 2018 è stata del 9,7%, il doppio del 4,6% nazionale. 49mila euro di Pil pro capite, contro i 26mila della media nazionale. Un buon risultato, al cui interno ci sono però crescenti squilibri sociali: il 9% della popolazione milanese detiene più di un terzo della ricchezza complessiva. Milano sa fare soldi, ma la distruzione dei redditi va corretta, riequilibrata.
Il Comune, ben governato dal sindaco Beppe Sala, punta da tempo su un piano di investimenti sociali nelle periferie. E un altro attore sociale fondamentale, la Curia, insiste sulla necessità di coniugare crescita economica e solidarietà, come s’è sempre fatto, peraltro, nella storia di Milano: “Benedetta sei tu Milano, per i multicolori volti della tua gente, perché dai voce a quelli che non hanno voce e vieni in soccorso a quelli che non hanno soccorso”, sostiene l’arcivescovo Mario Delpini, promotore d’uno stretto dialogo tra forze economiche e sociali nel segno dell’inclusione e della responsabilità.
Ancora dati. Milano con 7,6 milioni di turisti e la quota di 8 milioni a portata di mano (un turismo forte di ragioni diverse: cultura, shopping, ma anche affari, salute e benessere, formazione, convegni, con una stagionalità, dunque, lunga per tutto l’anno). Milano sede di 4.600 delle 14mila multinazionali presenti in Italia). Milano trentesima al mondo per investimenti esteri nel settore immobiliare (13 miliardi, quelli previsti nell’arco di un decennio, stimolati dal dinamismo imprenditoriale e sociale d’una metropoli di respiro europeo).
Milano e il 32% dei brevetti italiani e il 27% della ricerca scientifica più citata a livello globale. Milano e una spesa in servizi sociali da parte dell’amministrazione locale che sale, tra il 2016 e il 2018, dai 409 ai 414 milioni. Milano intraprendente e “con il cuore in mano”. Milano “the place to be”, per riprendere la brillante definizione del New York Times dei tempi dell’Expo. Senza cedere mai all’autocelebrazione.
Milano cardine del cosiddetto Nuovo Triangolo Industriale, tra Lombardia, Emilia e Nord Est, con un Pil di 782 miliardi di euro, al sesto posto d’una immaginaria classifica tra i paesi Ue (prima di Paesi Bassi, Svezia, Polonia, Belgio e Austria), in testa all’elenco delle regioni più ricche e industrializzate (l’Ile de France, la Renania-Westfalia, la Baviera o la Londra allargata; dati Fondazione Edison).
E ancora: un Nuovo Triangolo Industriale quarto per valore aggiunto manifatturiero, guardando ai paesi Ue e primo rispetto alla regioni concorrenti e comunque sempre nelle posizioni di testa per export.
Uno straordinario motore economico, appunto. Anche se adesso comincia a risentire delle conseguenze dei gravi problemi internazionali, dalla crisi mondiale dell’automotive alle conseguenze della “guerra dei dazi” scatenata dagli Usa di Trump (la produzione industriale s’è fermata anche a Brescia, dopo anni di crescita).
Ecco il punto. Milano, la Lombardia, il Nuovo Triangolo Industriale sono un motore da non fermare. Tutt’altro. Semmai, da continuare a pensare nel contesto degli interessi e dei valori dell’Italia europea. Una strategia politica e civile di lungo respiro, produttiva e solidale.