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È tempo dei verbi al futuro

Scritto da Edoardo Pivanti.

Una persona, che non ha ancora smaltito tutte le occhiaie spuntate in campagna elettorale.
“Ma quanto scrivi in questi giorni?? Non sono ancora al passo con tutti i post!”. Questa è la voce del narratore fuori campo, ma d’altronde la scrittura è un’arte nobile, che tutti possono esercitare, anche chi come me non ha tutti i mezzi culturali per poterlo fare.
Ma la lettura è diventata una parte fondamentale di questa mia “fase”. Lettura non da intendersi solo come gesto del leggere un testo ma anche di lettura di un tessuto vivo, come può essere quello di una società.
E questa “risposta” è più che altro un libero flusso di coscienza, partito sempre stile esplosione cerebrale dopo aver letto l’intervista di Cazzullo.
Prima di tutto, perché abbiamo perso, perché non siamo riusciti a stare accanto a quegli strati di società che sono sempre stati nostri? La risposta è da ricercare non tanto il loro, quanto in quello che abbiamo costruito noi. A furia di voler correre, ci siamo dimenticati di interpretare la società del nostro paese, pensando così che la sua struttura sia rimasta imperitura. Invece è mutata, è mutata profondamente.
Non è più presente quella categorizzazione del singolo in un gruppo più ampio, in un gruppo del quale puoi identificare chiaramente bisogni, necessità ed ambizioni. Resta un singolo che in uno spazio porta la sua individualità. Una proposta politica come quella del campo progressista guidato dal PD era perfetta per una società come quella “categorizzata” e organizzata, quella che esiste oramai solamente nella nostra visione. Ma non per tutta la società del nostro paese. Dove esiste ancora quel tipo di struttura tal proposta è stata premiata, mentre dove l’individualità è portata all’estremo, quasi della sopravvivenza, è stato premiato un altro tipo di proposta. Da un certo punto di vista direi una non-proposta, ma non voglio perdermi nella faziosità.
E ora siamo al dopo, al post. Quasi nella post-società. Dove una nuova forma di partecipazione ed identità di quel campo politico va edificata, non a caso termine preso in prestito dall’edilizia, ma anche dal più aulico gastronomico nutrire.
Prima di tutto è necessario quale sia l’identità del Partito Democratico. In questi anni di governo, nei quali ragionando ideologicamente (e sbagliando) non abbiamo avuto un contraltare ideologico, abbiamo identificato noi stessi con l’azione di governo (a tutti i livelli, mi è sempre venuta l’ulcera anche quando sentivo il termine “i nostri sindaci”), non con un sistema di valori comune. E lì abbiamo prima perso noi stessi, e poi quelli che ci vedevano come interlocutori politici credibili. Ora la scelta più giusta è quella di stare all’opposizione, che è l’unico luogo dove è possibile prendere del tempo per ricostruire questa nostra identità. Ma al contempo opposizione non vuol dire arrocco, non stiamo giocando a scacchi (se vogliamo fare un paragone ludico, potremmo invece definirla una partita di poker). Su un sistema di valori è possibile dare una visione di dialogo, dove comunque metti in chiaro che l’onere di governo spetta a chi ha vinto. Eliminando così il cortocircuito che sto ripetendo da giorni, sulla dialettica maggioritaria-proporzionale.
Poi viene la parte vera di edificazione. La base viene vista come i circoli, ma voglio fare un passaggio ulteriore. Se leggiamo i circoli come un luogo dove, sotto un sistema di valori comuni, elabori una lettura della post-società del nostro paese, allora la base non sono più i circoli in sé ma sono i singoli, che accomunati da quei valori, “aprono i circoli”. In pratica, crei una forma di partecipazione basata dalla costruzione e formazione del singolo che solamente dopo vive nel contesto sociale organizzato. Ma fondamentale diventa il singolo, unico “oggetto” di questa post-società.
Così con entrambi questi passaggi, valori e individui, puoi veramente dare una definizione di un centrosinistra moderno. E questi due elementi dovranno essere la base della prossima assemblea nazionale, non tanto sui nomi dei singoli ma, evitando la damnatio memoriae tanto sgradita quanto sempre applicata dal nostro PD, una visione di futuro senza rinnegare noi stessi che garantisca fiato a tutto il campo politico del centrosinistra.
Manca un ulteriore passaggio, dopo aver costruito la casa devi farla vivere e questa vita si basa sulle azioni, su verbo come innovare, formare, tutelare, governare, comprendere. Verbi che vanno letti tutti al futuro, perché di presente siamo morti in questi anni.
E per consolare Veltroni, posso dirgli che in campagna elettorale il mio assistente di Google, ad una domanda sulle elezioni, mi ha risposto “Non posso aiutarti”, ancora più primitivo di Rhett Butler.

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