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Le politiche abitative

Scritto da Franco Mirabelli.

Franco Mirabelli
Intervento ad un incontro a Cinisello Balsamo.

Il punto di riferimento delle politiche abitative di questa legislatura è stata la legge sull’emergenza abitativa che abbiamo approvato nella fine del 2015 e che ha introdotto una serie di innovazioni nelle politiche della casa.
Da tempo avevamo un problema abitativo molto forte che, con la crisi, è notevolmente aumentato.
Un problema deriva dal fatto che, in Italia, il mito della casa di proprietà è molto al di sopra rispetto a quanto avviene nel resto d’Europa: siamo l’unico Paese europeo che ha l’82% delle famiglie con una casa di proprietà mentre negli altri Paesi viene privilegiato l’affitto e le politiche abitative guardano di più alla necessità di facilitare la locazione.
Questo quadro ha comportato il fatto che per un lavoratore dipendente con un reddito medio - non solo quindi per le fasce più deboli - era diventato molto difficile trovare case da comprare ma anche in affitto (perché queste hanno assunto costi impraticabili).
Questo problema è aumentato in questi anni e, di conseguenza, abbiamo fatto una legge sull’emergenza abitativa con l’idea di intervenire per provare a rispondere a queste esigenze.
La prima cosa che abbiamo fatto è stata proprio quella di provare a cambiare verso, nel senso di costruire una legge che incentivasse l’affitto e non l’acquisto della casa.
Questa è coerente con ciò che avviene nella società.
Il mito della casa in proprietà è nato e cresciuto in un mondo che oggi non esiste più e in cui c’era un mercato del lavoro molto diverso da quello attuale. Nel passato, infatti, si entrava in azienda subito dopo aver finito le scuole e lì si restava fino alla pensione e si comprava la casa vicino al luogo di lavoro. Oggi la mobilità sociale e il mercato del lavoro richiedono spesso trasferimenti e, quindi, la casa di proprietà non è più una risposta.
Inoltre, i mutui diventano un peso per le famiglie e, in una fase in cui non c’è più una stabilità sociale, ovviamente la casa di proprietà non può più essere la risposta adeguata.
Per incentivare gli affitti, con la legge sull’emergenza abitativa, abbiamo ridotto la cedolare secca al 10% per chi affitta alloggi a canone concordato (prima era al 19%). Questa norma scade quest’anno e nella Legge di Bilancio che si andrà discutere mi batterò perché venga rinnovata.
Il canone concordato è un altro strumento che dovrebbe garantire una maggiore accessibilità all’affitto anche a coloro che hanno un reddito basso.
In questo modo, quindi, si sono incentivati i proprietari di casa ad affittare i propri alloggi e abbiamo garantito dei canoni di locazione accessibili a chi cerca casa in alcune fasce.
Questo è servito perché ha fatto emergere il nero e ha aumentato di molto l’utilizzo dello strumento del canone concordato.
La necessità che dovremo prendere in considerazione nella prossima Legge di Bilancio sarà quella di rendere permanente la cedolare secca al 10% per garantire i proprietari che vogliono affittare gli alloggi sul fatto che quella riduzione fiscale non sia limitata nel tempo.

Sempre nella legge sull’emergenza abitativa erano state introdotte anche una serie di garanzie per i proprietari che affittano alloggi in merito alla possibilità di rientrare in possesso dei propri immobili alla fine della locazione e contrastare, quindi, le occupazioni abusive.
Queste, dunque, le azioni che il Governo e il Parlamento hanno messo in atto per incentivare l’affitto.

In seguito sono stati portati avanti una serie di provvedimenti volti ad incentivare l’utilizzo delle aree dismesse e garantire che in una parte delle trasformazioni urbane che avvengono in esse, a fronte di agevolazioni fiscali, si potesse produrre edilizia sociale a canoni accessibili.

Abbiamo anche fatto una serie di interventi molto importanti per migliorare la qualità del patrimonio edilizio. Uno degli strumenti messi in campo, ad esempio, sono gli ecobonus, garantendo delle detrazioni molto significative (fino all’80%) per chi investe nell’efficientamento energetico. Dallo scorso anno, la norma è estesa anche a chi deve ristrutturare un condominio, garantendo l’efficientamento energetico e l’uso di energie rinnovabili.
Gli ecobonus, inoltre, sono di aiuto a rimettere in moto il settore dell’edilizia, che ha sofferto molto a causa della crisi.
Il Governo ha stanziato molte risorse per finanziare gli ecobonus ma si tratta di una scelta utile, in quanto sono serviti per rilanciare l’occupazione e migliorare la qualità delle nostre costruzioni.
Oggi, infatti, rispetto agli obiettivi fissati dall’Europa per il 2020 in materia di riduzione delle emissioni derivate da riscaldamento e produzione elettrica, l’Italia ha già raggiunto il livello prefissato. Credo che questo sia un risultato importante e su questo stiamo andando avanti.

Nelle ultime due Leggi di Stabilità abbiamo esteso anche al patrimonio pubblico la possibilità di utilizzare le detrazioni sapendo, però, che il primo problema del patrimonio immobiliare pubblico è quello di intervenire sul degrado.
Oltre a non essere più perseguibile il modello della casa di proprietà, infatti, un altro modello che non è più valido è quello dell’edilizia popolare per come era stata pensata quarant’anni fa.
Non regge più il modello secondo cui lo Stato investe molti soldi per costruire molte case popolari sia per questioni economiche che per questioni sociali.
Quei quartieri popolari risultano essere privi di un mix sociale: alla fine vi si ritrovano a vivere esclusivamente le persone che hanno problemi (non solo economici) e rischiano di diventare dei ghetti.
Quel modello, quindi, non è più riproponibile.
Nelle trasformazioni urbane, occorre quindi prevedere un’edilizia che tenga insieme ceti diversi e anche una parte di edilizia sociale, per dare risposte abitative ai più deboli.

C’è, inoltre, un problema più generale di riqualificazione dei quartieri popolari, a cui si sta cercando di provvedere con diverse iniziative legislative.
Con la legge sull’emergenza abitativa erano stati stanziati 500 milioni, spalmati su più anni, per ristrutturare gli alloggi vuoti.
Abbiamo, infatti, un drammatico problema che riguarda migliaia di alloggi di edilizia residenziale pubblica vuoti sparsi in tutta Italia e che non possono essere assegnati perché mancano le risorse per la ristrutturazione. Spesso, purtroppo, gli alloggi che restano vuoti diventano l’obiettivo delle occupazioni abusive. Per questo sono state rese disponibili risorse al fine di ristrutturare gli appartamenti e assegnarli.

In questi mesi, inoltre, con il Bando delle Periferie, sono stati consegnati i progetti di intervento sui quartieri popolari. Non si tratta solo di interventi urbanistici ma anche sociali e che hanno tutti l’ambizione di migliorare la qualità sociale di quei quartieri.
Con questi interventi, quindi, abbiamo cercato di superare il disegno secondo cui lo Stato doveva assecondare l’idea per cui tutti dovevano poter avere una casa di proprietà, come invece si era ampiamente fatto in passato. In Regione Lombardia, ad esempio, si è arrivati all’assurdo per cui venivano dati soldi alle giovani coppie affinché potessero comprare casa ma alle liste vi accedevano spesso soggetti praticamente senza reddito e, quindi, non si capiva come avrebbero potuto procedere realmente all’acquisto.
Decidere, quindi, di uscire dall’idea di investire tutto sulle case di proprietà per creare invece una serie di opportunità per incentivare l’affitto è una scelta che è stata fatta e che penso che nella prossima Legge di Bilancio si debba assolutamente confermare, non solo prorogando ma anche stabilizzando la cedolare secca al 10%. Bisogna, inoltre, trovare un metodo per garantire l’accesso alle case a canone sociale a persone che ne hanno bisogno. Questo lo si può fare unendo risorse pubbliche, incentivi per le cooperative che lavorano nel settore e intervenendo sulle problematiche sociali e sulle aree dismesse al fine di garantire trasformazioni urbane comprendenti una parte di edilizia sociale che consenta poi di creare un mix sociale all’interno dei quartieri.

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